FOSSILI E TERRITORI
I nuovi pezzi del Museo Paleontologico di Asti e i luoghi in cui sono stati trovati

I delfini di Bagnasco e Pino d'Asti
Cranio dell'esemplare di Bagnasco
Giovanni Savarino, scopritore del delfino di Pino

Che cosa si può raccontare di un delfino emerso dai sedimenti pliocenici astigiani che non sia già stato detto? Con Piero Damarco, il paleontologo, siamo d’accordo: abbiamo ancora due belle storie foderate di sorprese.

Quella inedita l’ho trovata a Pino d’Asti e racconta di un animale preistorico scovato nelle vigne, riconosciuto a Londra come delfino e poi scomparso; quella di Bagnasco di Montafia mette in scena la cruenta lotta tra un delfino e uno squalo, con resa finale del primo e la rivelazione di un importante dettaglio sul secondo: il temibile predatore era molto probabilmente l’antenato dello squalo bianco (Cosmopolitodus hastalis).

Mentre del cetaceo fossile di Pino si sono perse per sempre le tracce, lo scheletro dell’esemplare di Bagnasco riposa in un armadio del Museo Paleontologico di Asti dopo essere arrivato dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, insieme ad altri 144 reperti, nel 2019.

Pazienza e maestria di restaurare avanzi preistorici
Lo scheletro ricomposto al Museo dei fossili
Blocco di terra con conchiglie

Il delfino di Bagnasco saltò fuori nel 1876.

Un tale Bignami, allievo ingegnere alla Scuola del Valentino a Torino, portò al paleontologo Bartolomeo Gastaldi “l’estremità del muso di un delfino fossile che egli aveva staccato da una ripa“. A raccontarlo, nel Catalogo sui cetacei fossili rinvenuti nell’Astigiano (1885), è il professor Alessandro Portis che svela come il collega non perse tempo e inviò Luigi Bottan, suo tecnico preparatore di mineralogia e paleontologia, “a vedere se fosse possibile trovarne altri avanzi e, trovatili, estrarli. Se ne scopersero ancora numerose parti dello scheletro che furono dal prof. Gastaldi, per quanto possibile, ristaurate con quella pazienza e maestria che lo distinguevano”.

Tra queste spiccava “il cranio mancante di parte delle pareti della scatola cerebrale, riempita dalla sabbia cementata, e di porzione considerevole del rostro“. Tra le tante ossa, c’erano anche “l’atlante e l’epistrofeo assai ben conservati, diciassette vertebre tra dorsali e lombari, quasi tutte le coste, rappresentate or da pezzi quasi completi, or da frammenti”. Fino ad arrivare a schegge ossee “che non poterono trovar posto preciso nello scheletro attesa la loro piccolezza e conseguente mancanza di caratteri”. Non mancavano l’apparato uditivo sinistro e i denti.

D’altra parte sapeva, il professor Gastaldi, quanta ricchezza dell’antico mondo conservasse quell’angolo specifico di terra astigiana: due anni prima aveva recuperato l’imponente cranio della balenottera di Montafia, mentre uno stesso esemplare di cetaceo era emerso nel 1830 proprio dalle sabbie gialle di Bagnasco grazie alle ricerche di Étienne Borson. Il mineralista e geologo francese, mentre coltivava sul campo la passione per la paleontologia, trovò il tempo di mettere nero su bianco il suo stupore per aver riconosciuto resti interi o spezzettati di qualche grande esemplare fossile nei materiali serviti per costruire i muri delle case. “Cosa che, a metterci un po’ di attenzione, si vede ancora adesso” conferma Damarco, per dire che le storie speciali non si dissolvono.

E ancora oggi a Bagnasco, come nel resto del territorio di Montafia, le conchiglie affiorano senza risparmio dai fianchi delle colline come tessere intatte o spezzate del grande mosaico di un tempo superato che aveva il sapore del sale: perché tutto era acqua e spuma, venti e correnti, calma e tempesta nel liquido movimento del Mare Padano.

La morte arriva con lo squalo bianco
Segni dei morsi di squalo su una costa
Parte di mandibola con denti

Con tre diversi metodi di misurazione, Portis stabilì che il delfino era uno Steno Bellardii, si concentrò sulla lunghezza del cranio (una sessantina di centimetri) e concluse che si trattava di “un individuo già affatto adulto”. Nel nostro secolo il paleontologo Giovanni Bianucci, a seguito di nuove ricerche, ha rinominato l’esemplare Astadelphis gastaldii.

Le coste portano le lacerazioni e i segni profondi della predazione dello squalo bianco. Immaginiamo il delfino mentre va incontro alla morte: per come è il suo scheletro doveva essere più snello e svelto di quello di Camerano Casasco (un altro reperto conservato al Museo dei fossili). Solitamente si muoveva in gruppo e dunque possiamo pensarlo nuotare insieme ad altri esemplari, condizione che rispondeva alla necessità di potersi difendere meglio in caso di attacco da parte di orche e squali.

Quello che lo vinse, potente e lungo circa quattro metri, lo colse di sorpresa azzannandolo da dietro sul lato destro dell’addome, come oggi fa lo squalo bianco con le foche e altri pennipedi. Forse era giorno e il gruppo di delfini stava cacciando banchi di sardine o forse era notte e cercavano i calamari. Forse, nello spostarsi, per qualche motivo la vittima si attardò. “Un secondo morso, meno forte – spiega Damarco, traendo spunto dallo studio di quattro esperti italiani * – fu dato alla zona dorsale quando il delfino, ferito a morte, forse rotolò verso sinistra. Probabilmente lo squalo rilasciò la preda, morta o morente, e altri suoi simili attaccarono il corpo lacerato”.

Tutto questo è “scritto” sulle coste, nella forma e nella profondità dei solchi incisi da denti non seghettati che raccontano la storia del cetaceo di tre milioni e mezzo di anni fa giunto fino a noi in buono stato di conservazione, come in genere lo sono gli altri esemplari del museo. E questa è anche un po’ fortuna: perché ci sono toccate colline col grembo fecondo di resti preistorici, ispiratrici di immagini che recuperano memoria. Perché se Cesare Pavese nei rilievi delle Langhe ci vedeva grandi mammelle, noi che buttiamo lo sguardo sulle forme arrotondate delle alture intravediamo profili singolari, dorsi di balene e delfini in sosta, forse perché qui si sono trovati bene, forse anche solo perché così ci piace pensarli.

Storia di un delfino riconosciuto a Londra
Tra le colline dove è stato trovato il delfino
Giovanni Savarino nella sua vigna

Quello che negli anni Quaranta del Novecento sbucò dalla terra, a Pino d’Asti, Giovanni Savarino, 96 anni, lo ricorda precisamente ancora adesso.

Era ragazzo, aveva cominciato presto a lavorare in campagna con il padre Giuseppe ed era con lui anche quando, intenti nello scasso della vigna di località Lunero, videro spuntare grandi ossa. A poco a poco lo scavo restituì il cranio, le vertebre, le coste e poi tutto il resto, persino i denti. “Avevamo scavato non più di cinquanta centimetri di terra e ci eravamo trovati davanti a uno scheletro lungo più di un metro e mezzo: una sorpresa” racconta Savarino.

La scoperta eccezionale però non impressionò poi tanto. Un po’ di curiosità sì, ma poi soprattutto la necessità di proseguire nei lavori in vigna e così le ossa furono trasportate nel casot per il ricovero degli attrezzi agricoli e lì rimasero per vent’anni. Se si chiesero a chi appartenessero le ossa lo fecero per poco tempo e, se cercarono, non trovarono nessuno che potesse spiegarlo. Semplicemente: il Mare Padano era passato di lì tantissimo tempo prima e aveva lasciato un ricordo.

Intanto negli stessi anni Quaranta due sorelle del paese, Albertina (Bertina) e Vittoria Signorio si congedarono dalla loro numerosa famiglia per andare a fare le servente a Londra nella casa di un’attrice conosciuta a Torino. Vissero lì per sempre, ma con il cuore impigliato a Pino, ragione per cui intrattennero con famigliari e amiche una fitta corrispondenza. Alla mamma di Giovanni Savarino, Adelaide, Bertina scriveva i ricordi dell’infanzia: “Anni fa in inverno la neve era alta e si doveva fare una passeggiata intorno alla casa in cerca della porta della camera da letto; vi erano tutti i candlòt di ghiaccio che ci davano sul naso”.

Vittoria nelle sue vacanze a Pino impressionò le donne vestite di nero con le sue unghie smaltate di rosso, lo stesso colore degli abiti che la facevano apparire troppo moderna su quei bricchi. Si diceva che fosse una masca, che sapesse leggere il futuro. Ad Adelaide predisse che sarebbe diventata centenaria e lei arrivò senza grossi affanni ai 102 anni.

In un soggiorno degli anni Sessanta a Pino, frequentando la famiglia Savarino Vittoria apprese la storia dell’animale scoperto nel vigneto e stazionante da tempo nel casot. Si stupì davanti alle ossa e ne prese un paio da portare a Londra per cercare di farle riconoscere. Le sue conoscenze si rivelarono all’altezza. Poco più tardi arrivò il responso e Vittoria poté annunciare ad Adelaide: “Avevate un delfino nella vigna“. Il che non cambiò il corso delle cose perché lo scheletro scomposto continuò a restare nel casot e forse anche a dare fastidio rubando spazio: a un certo punto le ossa sparirono, finite chissà dove, e nessuno che ne abbia ricordo.

Negli anni Settanta un bambino che si chiamava Giorgio Ferrero, e che da grande avrebbe fatto vini da uve coltivate sulla terra dei fossili, nelle ore di lezione sarebbe andato con la maestra e i compagni a cercare conchiglie nei boschi di Muscandia, dove ancora oggi gli affioramenti racchiudono coralli. Sabbie gialle verso Mondonio, argilla blu verso Albugnano: la storia del territorio si legge con chiarezza e i cercatori di fossili non sono mai mancati, racconta Ferrero. Quelli che arrivavano da Casale, ancora negli anni Ottanta, cercavano una conchiglia dalla forma affusolata (Mitra scobriculata): scavavano di fronte al cimitero, dove riposano le ceneri di Bertina e Vittoria, e anche nei terreni di Ferrero, col suo permesso. Ogni volta portavano via i lunghi gusci attorcigliati lasciando, per ringraziare, una scatola di krumiri.

Il miele della terra dei fossili che conquistò la Casa Reale
Mitra scobriculata al Museo dei fossili
Giovanni Berra e i suoi alveari

E’ molto probabile che all’esperto londinese che studiò il delfino Vittoria arrivò attraverso conoscenze maturate nell’ambiente della Casa Reale dove lavorava Fredi (a Pino lo chiamavano così), il marito di sua sorella Bertina. L’uomo era l’autista della principessa Margaret, sorella minore della regina Elisabetta, una figura di fiducia che guadagnò ancora più credito tra i Windsor grazie al miele di Pino. Lo produceva Giovanni Berra, unico apicoltore del paese e padre di Mariuccia, moglie di Giovanni Savarino, lo scopritore del delfino.

Attesi e apprezzati, i vasi di miele partiti dall’Italia fecero per anni il giro dei palati della Famiglia Reale e di questo ci dà riscontro Bertina in una lettera ad Adelaide in cui entra anche Filippo di Edimburgo: “Mi dimenticavo di dirvi che mio marito ha avuto diverse volte quel signore, con tutti questi royali che vanno e vengono, è stato chiamato diverse volte, l’altro giorno. L’ultima volta cera Principe Filippo che ritornava dalla America e il signore ha detto a mio marito: Dica a sua moglie che stamattina ho preso un cucchiaino di quel buon miele, l’ho tenuto molto prezioso tutto l’inverno, e quando avevo un raffreddore ne prendevo con latte caldo e mi à sempre fatto tanto bene”.

E dopo quella del delfino identificato a Londra, anche questa del miele che conquistò la Casa Reale, converrete, è una storia carica di meraviglia.

Testo: Laura Nosenzo con la consulenza di Piero Damarco, paleontologo e conservatore del Museo Paleontologico di Asti.

 

Foto: Laura Nosenzo.

 

(11ª puntata, 28 febbraio 2022)

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(*) Giovanni Bianucci, Barbara Sorce, Tiziano Storai e Walter Landini. Ricerca pubblicata nel 2010 sulla rivista Palaentology.

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Grazie ad Adriana Savarino, per le foto di famiglia e i racconti sul Novecento a Pino che varrebbero da soli un libro, a Giorgio Ferrero, che mi ha segnalato la storia del delfino scomparso e dedicato tempo prezioso in un pomeriggio d’autunno tra fossili e ulivi, e a Giovanni Marchese, sindaco di Montafia, che salva le conchiglie per farle conoscere a chi non sa.

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