FOSSILI E TERRITORI
I nuovi pezzi del Museo Paleontologico di Asti e i luoghi in cui sono stati trovati

I mastodonti di San Paolo Solbrito
Ricostruzione dello scheletro del mastodonte
Parte della mandibola con i due molari

Appendere le luminarie natalizie o costruire una ferrovia può riservare, a volte, qualche sorpresa: a San Paolo Solbrito lo sanno bene.

Quelle intenzioni, assolte per assaporare la magia del Natale o per attuare il progetto grandioso di collegare Torino a Genova con 166 chilometri di strada ferrata, sfociarono, in epoche diverse, in eventi straordinari: il ritrovamento di reperti fossili di mastodonti.

La prima volta, per dirla con le parole di Eugenio Sismonda, professore di storia naturale, accadde “sul finire del settembre del 1849, presso il villaggio Solbrito lungo il tronco di strada ferrata tra Dusino e Villafranca”. E la notizia “di quella specie fossile rinvenutasi venne annunziata al pubblico da varii giornali italiani e stranieri”. A ragione: ciò che lo scavo, con grande sorpresa, restituì fu lo scheletro di un mastodonte quasi intero.

La seconda volta fu 159 anni più tardi, nel dicembre del 2008, quando il sindaco Carlo Alberto Goria guadagnò il sottotetto del Municipio per recuperare le luminarie da allestire in paese e s’imbatté “in due ‘affari’ – mi racconta – sistemati per terra che attrassero la mia attenzione e mi indussero a portarli fuori, osservarli, spolverarli e farli conoscere al paese”. Il primo cittadino, appassionato di storia e paleontologia, aveva capito che quei due strani pezzi, ingombri di nessun valore per chi li aveva esiliati in solaio, erano nientemeno che due grandi molari di mastodonte, che di denti, nella sua enorme bocca, ne aveva in tutto quattro.

L'Astigiano terra di scoperte eccezionali
Tibia e fibula al Museo di Asti
Estensione del Golfo Padano

Di quei resti non vi è traccia al Museo Paleontologico di Asti dove sono invece conservati il palato con i molari anteriori, una tibia e una fibula di un esemplare vissuto a Dusino San Michele, i cui confini toccano San Paolo Solbrito e Villafranca. Proprio qui, nella cava Rdb, fu recuperato a fine Ottocento un altro mastodonte (Anancus arvernensis). Questo spicchio di territorio è stato particolarmente generoso nella restituzione di grandi vertebrati terrestri, soprattutto mastodonti (ma ci sono anche i rinoceronti di Dusino e Roatto): scoperte eccezionali per i paleontologi.

Due mastodonti fossili completi e altri due parziali, ritrovati nel 1881 a Ca’ dei Boschi di Valle Andona (Asti), si trovano al Museo Geologico e Paleontologico Giovanni Capellini di Bologna. Uno costituisce da sempre un forte richiamo: esposto nella sala “Elefanti e Balene”, è lungo 7 metri e alto 3.

Gli esperti denominarono “Villafranchiano” il periodo da 3,2 milioni a 1,8 milioni di anni fa in cui vissero, insieme ai mastodonti, ippopotami, elefanti, scimmie, ghepardi, tigri, orsi, cinghiali, rinoceronti, lepri, castori. Erano terre lussureggianti, emerse dal Mare Padano, caratterizzate da un clima temperato, caldo umido; foreste e ambienti paludosi in cui vegetavano, con le radici nell’acqua, giganteschi cipressi (Taxodium) e trovavano casa toporagni, tritoni, salamandre, rane, rospi. Il mastodonte si estinse circa un milione e mezzo di anni fa.

A chi assomigliava il mastodonte?

Il mastodonte aveva una forma del corpo simile a quella dell'elefante indiano, anche se i due mammiferi differivano in alcuni aspetti. Per esempio per i molari, protagonisti del ritrovamento nel Municipio di San Paolo Solbrito e dell'esposizione al Museo Paleontologico di Asti: più rialzati quelli del mastodonte che finirono per dare il nome all'animale. I denti presentavano protuberanze somiglianti alle mammelle. In greco mastòs significa mammella e odys dente.

Bello come un ornamento da collezione
Particolare del molare consumato
La ferrovia Torino-Genova dal ponte di Solbrito

A metà Ottocento il territorio di San Paolo Solbrito si fece ricordare per almeno due fatti: i lavori decennali per realizzare il tratto di ferrovia della Torino-Genova (comprese le difficoltà che incontrarono gli operai tra San Paolo e Villafranca, dove si dovette fare i conti con una pendenza collinare del 26 per mille considerata impossibile per le locomotive) e il ritrovamento dello scheletro quasi completo di un mastodonte (Mastodon angustidens).

Le operazioni di sbancamento e scavo, nella vallata del rio Traversola, portarono alla luce i resti dell’animale preistorico che si fece sorprendere a otto metri di profondità.

Nella sua memoria del 1851 (“Osteografia di un mastodonte angustidente”), il professor Sismonda raccontò l’evento: “La spoglia giaceva sopra uno strato di argilla quasi plastica coperto da altri strati di sabbia e di ghiaia, alla quale malaugurata giacitura devesi appunto il cattivo suo stato di conservazione; l’acqua infatti che da tanti secoli piovve e per altra via si ragunò in quel sito, e che dopo aver attraversato gli strati di sabbia e di ghiaia non poté liberamente farsi strada attraverso quelli d’argilla, mantenne tanta umidità attorno al detto scheletro, che alla perfine le sue parti anche le più resistenti, come le zanne, i femori, gli omeri ecc. andarono quasi quasi in isfacelo, locché ne rese difficilissima l’estrazione, e ci fa di più lamentare la perdita di alcune delle ossa larghe, di cui ridotte in una specie di poltiglia osservai io stesso le tracce incorporate e sciolte, sto per dire, nel terreno medesimo”.

Fortunatamente il recupero dello scheletro fu assegnato a mani esperte, per cui “se opera del caso è la sua scoperta, opera d’illuminato buon volere è quella che lo portò a salvamento”. Venti giorni durarono i lavori di scavo per liberare il mastodonte dalla terra e quattro mesi ci vollero per pulire, essiccare e rinforzare le ossa per “rimettere per quanto era possibile a suo posto migliaia di frantumi, e con singolare maestria rendere questo scheletro nello stato in cui io lo descrivo”.

Un compito paziente, eseguito in modo esemplare, tanto da far concludere a Sismonda che il mastodonte fossile “è il più bell’ornamento della collezione paleontologica del nostro Museo”.

Quest’ultimo oggi è l’ex Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università gestito dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. E’ qui che lo scheletro è custodito, non esposto al pubblico così come il calco di resina che ci restituisce l’idea delle monumentali dimensioni dell’animale: alto 2,70 metri, con enormi zanne (lunghe 2,60 metri), indispensabili per estrarre il cibo, erbe e foglie che masticava con i quattro importanti molari di cui era costituita l’ampia bocca.

Oggi, se vogliamo immaginare il ritrovamento del Mastodon angustidens dobbiamo seguire il percorso dei binari della Torino-Genova e provare a localizzare i trinceroni scavati, più di 170 anni fa, in corrispondenza di tre ponti: quello vicino alle Cascine Amerio e i due su cui passano la strada che collega gli abitati di San Paolo e Solbrito e la Strada dell’Angelo Custode che corre tra Solbrito e Dusino. Ma anche così nessuno dei tre luoghi ci fornisce indizi sicuri per stabilire l’esatto punto di ritrovamento del mastodonte. Al quale forse non sarebbe dispiaciuto veder cristallizzata in un’atmosfera di non risolta certezza la storia della sua stessa identificazione, lasciando un po’ il tutto indefinito, senza scendere nei particolari, come oggi ci pare fece il professor Sismonda quando si limitò a indicare “il tronco di strada ferrata” presso il villaggio Solbrito.

Dove è stato trovato il primo mastodonte fossile?

Ossa e denti furono scoperti sulle sponde dell'Ohio e trasferiti nel 1740 a Parigi. Il biologo Georges Cuvier studiò accuratamente i resti dell'esemplare dichiarandolo ``francamente animale terrestre, scomparso dalla faccia del globo, simile nelle zanne all'elefante attuale, fornito in vita come questo da proboscide, ma essenzialmente diverso per la forma dei denti molari (...); anzi colla scorta di codesti denti non esitò ad annunziare l'esistenza di varie specie di mastodonti``. (Eugenio Sismonda, ``Osteografia di un mastodonte angustidente``).

I due molari finiti in soffitta
Il modellino del mastodonte
Attrezzi di scavo e conchiglia

A San Paolo Solbrito si stanno appassionando di quando da queste parti c’era il mare e, più tardi, i mastodonti presero a girovagare nelle paludi.

Tutto è nato dal ritrovamento, 13 anni fa nel sottotetto del Municipio, di una parte della mandibola (spezzata in due parti forse a causa degli spostamenti) con due molari dell’Anancus arvernensis. Il sindaco Carlo Alberto Goria comunicò il ritrovamento alla Soprintendenza Archeologica del Piemonte e interpellò ex amministratori e concittadini per capire come i denti fossero finiti in soffitta. Qualcosa a poco a poco venne fuori, anche se non fu mai chiaro chi li avesse consegnati, e perché, in Comune.

I molari furono ritrovati, verosimilmente intorno agli anni settanta del Novecento, in una cava di sabbia in Regione Monsotto; mancando un posto adeguato per accoglierli, Goria decise di renderli visibili a quanti si recavano in Municipio e, per garantire loro un’adeguata protezione, li sistemò nell’ufficio del sindaco. Raccontò anche sul giornale della parrocchia la storia del mastodonte della ferrovia e dei due molari: ciò che l’esemplare quasi completo e i grossi denti avevano in comune era l’essere stati trovati, seppure in punti distanti, nella valle del rio Traversola.

A poco a poco il germe della curiosità attecchì e più di uno si interessò.

Nel 2019 i molari traslocarono dall’ufficio del sindaco alla sala del Consiglio Comunale dove sono custoditi in una teca di vetro. A Piero Damarco, paleontologo, ci vuole un attimo per studiarli e spiegarmi che si tratta di “un gran bel reperto, perché di solito si ritrovano molari isolati e invece questa volta abbiamo anche una parte della mandibola. Lo stato di conservazione è ottimo: l’osso appare ben mineralizzato”. I denti risultano consumati e dunque appartenevano a un esemplare ormai vecchio (mentre quelli del Paleontologico di Asti sono attribuiti a un soggetto di giovane età).

Il vicesindaco Riccardo Azoaglio si è appassionato, nel tempo, al mastodonte e ai resti conservati nella teca: durante il primo lockdown dell’epidemia sanitaria, nella primavera del 2020, ha costruito un modellino di creta, anch’esso esposto nella sala consiliare.

Quanto al Mare Padano e a ciò che ha lasciato dietro di sé, non è un caso che un tempo nella vallata del rio Traversola, disseminata di mulini ad acqua, funzionasse anche quello cosiddetto “delle conchiglie”. Anche se non esiste più, all’eco dell’acqua e alla suggestione del Golfo Padano c’è chi non vuole rinunciare.

Dunque adesso l’antico mare lo vedi per strada, sui tabelloni che raccontano la paleontologia, i grandi cetacei (balene, delfini) e i mastodonti. Quello di piazza IV Novembre è sistemato accanto alla fermata del bus. “Per incuriosire i bambini mentre aspettano”, è la spiegazione.

Ma guarda caso, in questo paese, oggi come ieri, c’è sempre di mezzo un’antica locomotiva, un treno veloce o una corriera per attraversare luoghi di storie che non ti aspetti, mentre uomini viaggianti, oltre il finestrino, posano sguardi che sfiorano paesaggi di terra con conchiglie dormienti nell’anima.

Testo: Laura Nosenzo con la consulenza di Piero Damarco, paleontologo e conservatore del Museo Paleontologico di Asti.

 

Foto: Laura Nosenzo.

 

(3ª puntata, 21 giugno 2021)

Il disegno dello scheletro del mastodonte di Solbrito è del prof. Sismonda.

L’acquerello di Piero Damarco ricostruisce, in homepage, l’ambiente paludoso villafranchiano con esemplari di mastodonti “Anancus arvernensis”.

a

Chi desidera vedere i resti fossili conservati in Municipio può prenotare la visita allo 0141.936103.